giovedì 3 novembre 2011

.Il poeta del goal Claudio Sala, ora vive in una villa spaziosa



Eravamo 11, come una squadra di calcio, nel Palazzetto freddo di Imola, città famosa per le donne, la Ferrari, il circuito, il cibo e il manicomio. Dovevo incontrarmi con la mia ex, il primo amore, per capire cos’era successo tra noi. Aspettavamo di ascoltare il concerto di Jorma Kaukonen, l’ex chitarrista di Jefferson Airplane e degli Hot Tuna, un asso dello strumento. La sera era umida e fredda. Non ricordo tanto, ma parlavamo della fine degli anni Settanta e del mio idolo calcistico di allora, Claudio Sala, del grande Torino dello scudetto del ‘76. Il poeta del goal. Io ero un po’ come lui, restio alle direttive dell’allenatore, fantasioso, funambolico e testa calda. Tanto giovane, questo sì, ma con addosso già le zampate della vita. Nadia, l’ex, aveva raggiunto noi 10 amici, e quando la guardai per mezzora non parlai con nessuno, muto e assente.
Ho rivisto Claudio Sala in tv sabato mattina, imborghesito, tronfio degli ex successi, in pensione, innamorato del tennis e della moglie napoletana come Maria: penso sia questo ora l’unico punto in comune con lui, la compagna partenopea. Non ne ricordo altri. Claudio Sala era immenso da giocatore, i suoi dribbling stretti e secchi, la velocità, la visione di gioco, i cross millimetrici per i colpi di testa di Paolino Pulici e di Ciccio Graziani, gli assi del Toro di Gigi Radice, l’allenatore dello scudetto. E ora, nel 2011, eccolo là Sala che ti sorride dalla tv, allegro, con i consueti baffi, innamorato e in quella villa immensa come la sua classe di un tempo. Un po’ l’ho invidiato, dico la verità, ma è stato solo un attimo. Con il senno di poi posso affermare che siamo diversi, e sono arcicontento della differenza che ho nei suoi confronti: lui persona arrivata, io che mi arrabatto ancora nei ciottoli dell’esistenza. Non pensavo finisse lì, con i baffi ridanciani, gigione e sportivo, a farsi ammirare dalla platea televisiva; credevo invece, perlomeno ritenevo visto i suoi trascorsi da stravagante, che fosse ancora incazzato o, alla peggiore delle ipotesi, morto, sconfitto dal consueto e monotono trantran, o vagante nella vita notturna in ferrovia che dribblava i malinconici come lui, quelli che non vogliono l’estremo allenatore che t’impartisce gli ordini dall’alto.
Vuoi sapere, mio grande ricordo Claudio, che fine hanno fatto gli 11 adolescenti di allora? Nove sono morti, ero, coca, pasticche e suicidi. È rimasta solo Nadia, che mi dicono faccia il giro degli specialisti psichiatri nella maledetta e glaciale Modena, ed io, che ancora mi divincolo e scarto i paletti che mi frappone il mondo.
Jorma ha fatto un gran concerto, il rumore dei bassi era forse troppo alto. Forse per questo ronzio continuo scartai la mano di Nadia che mi passava la maria, che non avrei mai fumato neanche in futuro. Ed è questa, mi dimenticavo e suppongo, la sola e unica cosa che condivido con Sala adesso. Ah no, ce n’è un’altra più allegra ma unica: siamo sopravvissuti. Ciao grande mito Claudio Sala e stammi bene.