martedì 25 ottobre 2011

Uno splendido Sean Penn mi fa finalmente rivivere



“L’emozione dell’illusione del Rinascimento”.
Correggo l’italiano a un cocainomane, adesso un po’ lesso e con problemi psichici.
La mente si rivolge al film di Sorrentino, This must be the place, che narra la vicenda di Cheyenne, rocker in disarmo e in crisi depressiva, che, per riscattarsi da una vita opaca e monotona, dà la caccia a un criminale nazista che ha umiliato suo padre, ora morto, in un campo di concentramento. Un corollario di persone anziane molto grintose e sicure cinge l’ipercrinito Sean Penn, indubbiamente il migliore attore in circolazione. Retto, bambino mai cresciuto, porta avanti la sua vita con un trolley sdrucito, bistrato e con il rossetto fissato con un tocco di cipria. Cheyenne sono io, mi dico, fatto fuori dall’inesorabile macchina del tempo e con il rimorso e il rimpianto che mi squarciano il cuore.
L’andatura e la parlata del vecchio musicista sono strascicate e lente e l’anti empatia lo mina fino ad allora. È solo con se stesso, anche se qualche persona gli vuole bene, come la moglie sposata 35 anni fa, e una ragazza acchitata come lui che Cheyenne cerca, nel suo cambiamento in fieri, di fare fidanzare con un giovane che non c’entra niente con lei, solamente è bravo e morigerato, indi l’opposto della ragazza dark.
Sean Penn, con il sorrisino nasale e asfittico, in realtà va alla ricerca di se stesso e gira gran parte degli States per fare fuori il criminale nazista. Sa che il cambiamento è vicino.
“La mozione dell’illusione del Rinascimento”.
Qualcosa muta nell’ex cocainomane, che non sa che può salvare me e anche se stesso.
Gli anziani che incontra il “bimbo” Cheyenne sembra che lo sbattano fuori dal suo divagare fermo e sobrio. Sorrentino, con un messaggio un po’ d’antan, ci fa credere che il fumo scrolli le persone dal bozzolo dell’infanzia, e così il bere, e il credere alle persone. Lentamente ma inesorabilmente, l’anti empatia, sentimento antico della rockstar di un tempo, muta in curiosità, dapprima per le donne e per gli uomini, poi per i bambini e per il mondo.
Cheyenne era leader di un gruppo dark dei meravigliosi anni Ottanta, ma si era fermato perché passato di moda e due suoi seguaci giovani si erano uccisi per lui, a causa sua. Vive di ricordi e royalties e ora, con il trolley, si trascina il peso della sua vita da perenne bambino, quindi una non vita. Il germoglio deve crescere sempre, sennò muore.
“La mozione dell’elusione del Rinascimento”.
Il cocainomane sta prendendo coscienza dei suoi errori, annusa l’empatia e si sta sciogliendo.
Cheyenne, nel suo peregrinare, impara la vita, conosce gente nuova, determinata, ma che l’ha preso in simpatia.
Non si può odiare chi resta bambino e vive di rimpianti. Lavoro per una coop sociale e sono tutor di un ex cocainomane. Ho bisogno di aiuto come lui, anche se non ho mai fumato e bevo solamente il maraschino che mi corregge il caffè d’orzo. Sono un orso, ma ho gente che mi vuole bene, non tutto è finito.
Cheyenne, con un revolver che sembra un cannone, capisce tutto dal discorso affascinante dell’ex nazista e non l’uccide, ma gli fa provare, nudo e rinsecchito a camminare nella neve, l’umiliazione che il padre ebreo molti anni prima ha comprovato. Tra lo stupore di un anziano “cacciatore di criminali”.
“La mozione dell’elusione del ripascimento”.
Così può andare, ho terminato il mio compito, così come Cheyenne che torna da una madre camuffato, quindi vero, con le fattezze normali e spettacolari di Sean Penn.
Allora è sicuro che tutto il mio lavoro di correzione non è andato perso!
Contento, esco dal cinema e rientro, come Cheyenne, nella vita vera, cambiato e finalmente empatico: posso capire e comprovare il dolore degli altri, dei miei simili e questa vita così non mi sembrerà più un arido deserto.