venerdì 7 marzo 2014

La Grande Libertà ha partorito La Grande Bellezza

Addirittura si discute di un film, non accadeva da anni. Sì, dietro le scene dei cinema d’essai con gli amanti dei bipolari si poteva parlare di Jim Morrison o di Syd Barrett, geniali quanto malati. “Da quando Syd Barrett è andato via i Floyd si sono disgregati”, mi sussurra un pischello in un locale (raro) dove si suona a Rimini. “Povero matto”, penso tra me. Questa è la stessa libertà di opinione e di pensiero che Sorrentino ha gettato nella tela enorme e folle, come la dolce bambina che s’imbratta e c’imbratta tutti. Dov’è la distinzione tra arte e non arte? Arte è forse espressione di malattia? Chi è matto è anche artista, dunque? Sì, ma solo se dentro è libero. Libero come Alda Merini. Il grande chirurgo, per un intervento difficile, piglia il Tavor o il Xanax, Sorrentino è andato oltre. Ha citato medicine miracolose: Fellini, Maradona, Scorsese... e dici poco! La pellicola è una cannonata in piena fronte, il film infatti inizia così, è un ribaltone della società, è il povero che diventa ricco, il malato che prova a guarire. A chi non è piaciuto il film? Alle persone non libere, incatenate dalla vita, dalla morte, dal pensiero (“Non pensare”, sembra suggerire il regista, “ma respira, torna al qui e ora”) a quelle che non vedono il mare nel soffitto, il Cielo in una stanza, tanto per contaminare l’Arte Sorrentiniana con la musica (infatti il regista adora i Talking Heads). La pigrizia che non ti fa creare è il leitmotiv dell’evento: Jep ha scritto un libro solo, per farsi notare all’inizio, e poi più niente, il vuoto. L’egocentrismo ilare lo rende mitico, amato e odiato, “Uccidetemi” sembra dire, “ma basta che di me si parli.” Gli uomini lo amano perché lui è asessuato come un bambino, fragile, ma ricercato. La Ferrari (sempre seducente) gli donava il suo corpo e lui fugge: “A una certa età uno sa cosa deve o non deve fare.” Dorme assieme a Ramona, una spogliarellista malata, sui generis e un po’ attempata (la splendida Ferilli) e lui che fa? Non fa l’amore ma le tiene compagnia. “Agli altri non succede”, dice Ramona. Come se i cosiddetti “altri” non sapessero chi sia Jep Gambardella. È quello che ama Ramona come nessuno ha mai fatto, un amore oblativo, disinteressato, grande come la tela. Jep è sarcastico, autoironico, spietato. A lui, che non è nulla, è concesso dire tutto, la sua parola uccide ma salva. Carlo Verdone, in un ruolo che è più di un cameo pregiato, è il contraltare del fallito amante del successo: quando alfine lo ha, molla tutto e torna al suo vecchio amore nel paesello natale, non importa il luogo o il soggetto. Invece Jep rimane, anche se la suora vecchia lo reclama, il Cardinale Bellucci lo ritiene Satana, le suore lo ascoltano, Dio stesso lo vuole a sé. Addirittura si scopre che ha amato una sola donna, che lo ricorderà, ricordata, per sempre. E suo marito, il vero coniuge, piange nella sua spalla; un marito che sembra debba vivere solo con i ricordi della ex moglie e poi che fa? Va con Polina, che non è l’Incanto del Dostoevskij, ma una donna qualsiasi. Diviene normale.
Paolo Sorrentino ha avuto la stessa grande libertà che ha ricevuto Federico Fellini in 8 ½: in un momento di apparente stasi ha estratto il capolavoro, quello che fa parlare i disoccupati, gli intellettuali falliti, gli oppressi, i vinti, ma anche gli stessi vincitori. È stata l’ultima mano di poker, l’istrionico bluff mediatico: ha osservato i visi degli altri giocatori e ha tentato il grande trucco; quello non di scomparire, come la giraffa, ma di far notare alla gente stessa che può farcela, che può vendere persino il Colosseo, come in un film di Totò, basta provarci. E il mare nel soffitto c’è, esiste. Il mistero, come nel Nuovo Cinema Paradiso (altro Premio Oscar) è l’amore per un mestiere che ti fa sembrare di avere vinto, anche se non hai niente. Non importa o poco importa: l’essenziale è invisibile agli occhi, il superlativo è fare credere che si abbia tutto in mano, le fiches vincenti, il poker d’assi. Invece non hai nulla, solo una misera doppia coppia. Il film è un sogno, non deve e non può far notare solo la realtà, ancor di più se essa è assillante, ci soffoca e ci stritola. Paolo Sorrentino ti vuol sussurrare che dietro il fermo immagine ne La Grande Bellezza c’è il cielo, il sole, il mare, la vita vera. Un solo ausilio ti può dare la terra dove vivi, Roma, e dove viviamo, in questo caso l’Italia: alimentare Il Grande Sogno, La Grande Libertà, La Grande Arte: La Grande Bellezza.