mercoledì 19 febbraio 2014

Pantani, Villeneuve, Coppi, differenze tra campione e Mito.

Esiste una differenza sostanziale tra il campione e il mito. Il campione vince, spesso, approfittando delle sue doti naturali e la volontà. Il mito esce fuori dalle miserie umane, è uno di noi che però oltrepassa il confine che lo avvicina al Divino. Esso o muore male, o si riconosce dai gesti, si maledice quando perde, non dorme mai: tutte questi piccoli e grandi particolari, messi insieme, forgiano la leggenda. Il mito è qualcuno come noi, ci identifichiamo in lui nonostante le sue vittorie siano schiaccianti, ma ottenute con umanità, anche se imperscrutabile perché sublimata. Il campione è Tomba, Schumacher, Rossi, Bartali; i miti sono Coppi, Villeneuve, Pantani. Personaggi come noi, alimentati da una febbre particolare che li spinge ad andare sempre oltre. Sono il nostro specchio, l’aquila che è in noi. Ad una festa sono persi, squarciati da mille pensieri, introversi, maledetti. Nella vita normale non albergano come gli altri, anche se vivono come noi; hanno una marcia ed una sofferenza in più. Oserei dire che sono come Cristo, non come Dio. Dal disagio trovano un’opportunità e la tramutano in trionfo. Ma non sono normali, transumano verso il di più, ma non li riconosci subito. Sono spari nel buio, figure epiche, dilaniate, atrocemente sconfitte. Ecco, sanno cos’è la sconfitta ma fanno di tutto per non ricaderci; questo meccanismo un po’ perverso ma leggendario, li rende transumani, vicini ma lontanissimi, malinconici ma inarrivabili e portatori di gioia interna, sublime, forse più per gli altri.
Coppi era un albatro goffo che sui pedali si trasformava, ma se perdeva scappava lontano, irraggiungibile, anche se magari era solo ad un passo da te. Villeneuve piccolino ma di ferro, preferiva morire che essere sconfitto, come avversario da superare aveva “Gilles il normale”, non gli altri.
Di Pantani, di cui in questi giorni si celebra il decennale della morte, colpisce la sua morte atroce eppure sconosciuta, il suo addio è stato mitico. Ma oggi non si può vedere l’auto delle imprese funebri che lo portano al cimitero, poiché sappiamo che dopo tre giorni Egli non si sa se sarà ancora lì. È uno di noi perché era complessato, vittima, per questo eroe. Quando si levava la bandana prima di scattare nella salita che era madre e padre contemporaneamente, voleva dimostrare di essere imbattibile. È facile essere Achille, invincibile; ma calettarsi nei panni di Ettore è quasi impossibile, subumano, mistico. Si lotta e spesso si vince, contro un Moloch granitico, che sia la morte stessa. I miti superano la morte come le montagne che viste da terra incutono timore. Terrore. Quando sei su è una sfida contro te stesso, è un cercare Dio, è calarsi nelle vite mute degli uomini. Sanno che stanno per esaurire il loro compito, però devono portarlo a termine per mostrare agli altri qual è la via da percorrere, il destino da sconfiggere. I miti non muoiono mai perché rivivono insieme a noi, ogni ora, ogni giorno e ci accompagnano, con la loro sofferenza, a superare la barriera del dolore. Il mito è umano, ed è per questo che lo ricorderemo per sempre: è la nostra madre, il padre, il fratello, l’aquilotto che vola alto per far vedere alla madre che sì ha bisogno di lei, ma forse vagherà sempre solo, in cerca di vittorie inenarrabili, anche se ogni tanto tornerà perché è di noi che ha bisogno.