domenica 8 settembre 2013

Roger Federer, il dio martoriato.

Quando un uomo con la racchetta incontra un uomo col fucile, quello con la racchetta è un uomo morto”. Rubando la celeberrima battuta al celebre Gian Maria Volonté nel film cult di Sergio Leone, “Per un pugno di dollari”, con uno sconosciuto Clint Eastwood come protagonista. L’uomo con il fucile è Roger Federer, uno dei più grandi sportivi di tutti i tempi, chiamarlo tennista è riduttivo.
US Open 2013, Federer dice: “Contro Robredo mi sono sconfitto da solo”. Come può un predestinato come lo svizzero, perdere contro uno dei tanti, che ha sempre stracciato? Negli US Open poi, il più importante dei tornei del grande slam?
Roger Federer come esperienza religiosa” di David Foster Wallace, morto suicida, altro fuoriclasse ma nel campo dei saggisti contemporanei, narra di un tennista toccato da Dio, esperienza metafisica che si espleta in un gesto catartico e micidiale. Solo chi ha visto Federer sa cosa vuol dire giocare a tennis e avvicinarsi al Tutto. Anche Dante, siamo sicuri, paragonerebbe Roger a Dio. Il gesto armonico da dentro che fa scaturire una stilettata mistica. Eppure c’è qualcosa in Federer che fa paura, disorienta.
Andrè Agassi, iniziato al tennis da un padre megalomane e mezzo fallito, non ha niente a che vedere con il campione di Basilea. Agassi, costruito, malato, un impiegato del tennis, ha raccontato la sua vita in Open, un libro avvincente aiutato da un premio Pulitzer, e ha detto di aver visto in Federer un super campione, un prodigio.
Agassi sì è diverso dallo svizzero ma, come Lui, ha sposato un’ex tennista e ha vinto tutti i tornei dello slam. Dopo il tennis c’è la vita, calma, forse piatta e monotona, ma a lui piace così .
Federer invece, dietro la sua fascia per capelli, il naso importante, la maglia rossa e i suoi tocchi da biliardo, vuole assomigliare a Dio, grande peso sulle spalle: infatti Egli non può perdere. Però è dannato, è morto dentro quando esce sconfitto dal magico campo rettangolare ed è lì che allora si sente come gli altri.
“Roger è un cavallo bianco che non suda”, direbbe di lui Celentano, oppure è la nebbia che impaurisce l’omino di Amarcord di Fellini. Ecco, Federer è una nebbia profumata, giochi contro di lui ma subisci il suo fascino. Che non è vizioso come quello scaturito da David Beckham, ma è scevro da ogni peccato. Solo quella rabbia sorda che lo impadronisce le poche volte che perde e che lo fa sembrare umano. Non può essere un religioso, non è ansioso come lo era don Benzi, o calmo come il grande ciclista devoto Bartali, assomiglia piuttosto a Coppi, ieratico, collerico, a volte triste. Dentro. Ma nel tennis tutto è spettacolarizzato e i gesti di Federer sono imperdibili e altrettanto preziosi perché inimitabili.
Con il suo “fucile” ha sparato in testa a un suo avversario a Wimbledon, segno di una nevrosi che lacera i cantanti di solito a 27 anni. Federer, dunque, finirà la sua vita come il suo mentore Foster, bruciando tutto? Non è il nostro Dio ma quello dei greci? Che ci sono sempre, anche se sono stati prelevati da giovani dalla Terra? Una sconfitta ci può stare, ma Roger non l’accetta e si martoria. Quando tutto è troppo bello, troppo grande, finisci che ti abitui e giochi come in trance sapendo o illudendoti che sarà così per sempre.
E dopo cosa farà, si chiedono i fan? Guarderà in faccia il suo declino, diventerà padre di nuovo, invecchierà, bacerà le nipotine o s’innalzerà su di noi a rischiararci la via?
La sconfitta contro il carneade Tommy Robredo negli ottavi di US Open ha acceso la miccia sulla fine della leggendaria carriera di Roger. Eppure aspettiamo tutti ancora il suo rovescio lungo linea, le sue smorzate, i tocchi vellutati sotto rete, i colpi laceranti e maestosi di un fiorettista.
Nasce l’8\8\81 e diviene storia, partorito magico e melodioso, detronizzando una genia di atleti muscolari e, aiutato dagli Dei, brilla a modo suo, come uno dei più grandi di sempre, sbeffeggiando gli avversari e il corso del tempo, paragonato al terzo tempo di Michael Jordan o all’uppercut potente della libellula possente Muhammad Alì.
È forse morto, dopo quell’incontro negli Stati Uniti, nell’US Open che tanto ha amato, in quel torneo così importante, ma ora si aspetta già la sua resurrezione.