domenica 18 agosto 2013

Ti regalerò una rosa


Forse sarò Dio, non sicuramente un santo. Sono irascibile, collerico, bilioso. Quindi, come ho trascorso questa prima parte d’estate? Di merda, con picchi di nevrosi molto alti. Ho avuto il mal di schiena, se interessa e sono tornato single come lo ero fin dalla nascita. Anzi da bambino avrò forse avuto il complesso edipico, come tutti, il mio però si è protratto nel tempo. Mi distinguo anche in ciò. Dopo il rischio di immobilizzazione, mi sono dedicato allo sport, ma non alla palestra, bensì quello praticato all’aria aperta. Nuoto, camminate e bicicletta. Mi reco nei week a Rivabella e, dopo il lavoro, prendo il sole e nuoto a Bellaria, in spiaggia libera. Leggo pochissimo, frequento pochissimo, giusto i vernissage di qualche artista e concerti d’essai. I miei film non li deve andare a vedere nessuno. Solo io in platea. Guadagno il giusto per dolci bizzarrie, diciamo che di giorno pregusto la libertà, e di sera, non avendo qualcuna da insultare per poi farmi venire i sensi di colpa, pedalo in bicicletta nella ciclabile nuova. Qui i nervi viaggiano scoperti. Sono tutti nemici, da abbattere con la lancia. Il mio cavallo grigio Vicini è quello che di solito vince i duelli, sarà che sono analgesico quindi non sento dolore. Quando non combatto parlo, parlo, ma non reagisco come dovrei, mi sento un po’ stupido. Mi incazzo sempre: e i pedoni che camminano sulla ciclabile, e le bici contromano, e i risciò con dentro belve ululanti, soprattutto mi si scassa la bile quando una bici non ha le luci. L’istinto dell’animale prevale, ma solo a momenti, poi mi pento. Subito o poco dopo. Allora cosa ho fatto per evitare la rissa nei miei fragili nervi? Ho inventato il circuito monte-mare, quindi lambisco solo per una parte la nuova ciclabile. Passo per il Parco Cervi, regno di russe e di aria frizzantina e boschiva. Poi, quando arrivo dal parco a Piazzale Kennedy, se potessi misurare il mio livello di rabbia sarebbe 100. Io non faccio parte dei Memores Domini, non ho promesso il voto di castità. Né rivoglio la mia verginità. Be’ sì, adesso da single una donna mi manca, ma, ora dico seriamente, chi può stare con me? Nessuno. Una di Ravenna, l’altro giorno, mi ha chiamato collega perché scrive anche lei in un quotidiano. Collega? Piccola anziana, io come colleghi ho Foster Wallace, che leggo anche se mi appare lontano, Fante, Miller, Houellebecq e, quando sono impegnato, in qualsiasi luogo, Siti. Collega un corno! Non sarò mai un giornalista, ho la mano destra veloce, semmai un buon pugile o pistolero, magari Mark Knopfler, il chitarrista dei Dire Straits, solista è meglio però. Dicevo, è in Piazzale Kennedy che si espletano le peggiori pulsioni. A parte che per raggiungere la ciclabile devo pregare Francesco, non c’è un poliziotto, poi ci sono quegli extracomunitari folli che tirano in alto un robino azzurro, che poi ti torna indietro, come un boomerang. Io quando lo osservo, anzi lo sbircio, e c’è anche in Piazza Tre Martiri, divento matto. “Where are you from” ho chiesto in inglese al “diverso”. Sri Lanka mi risponde quello, sorridente e in un italiano stentato. “E quello là chi è, che armeggia come te quel coso? Da dove viene?” Quello è un bengalese. Vado a casa sudato marcio, dopo però aver notato che la ruota ha lo stesso colore dei barettini e dei baracchini nell’intorno, e mi guardo su Internet da dove vengono quegli extracomunitari. I Bengalesi dal Bengala, ma molti di essi sono profughi della Libia, dove hanno perso tutto, pure il lavoro, e dove c’è la guerra civile. I Tamil invece sono stati deportati dagli inglesi nel nord dello Sri Lanka, ed essendo il 20% della popolazione, guerreggiano anche loro, per la terra, con i cingalesi, gli autoctoni che formano l’80% della popolazione. Da tanti anni. Gli inglesi, tracotanti, sterminatori e seviziatori, un tempo erano ben armati, pronti a combattere con la psiche e poi con il fisico, temprato da prove massacranti. Hanno invaso l’India in un amen. I Tamil non hanno la casa, non hanno la famiglia, non hanno i soldi, gli è rimasta solo la dignità. Ho saputo che vendono anche le rose alle coppiette, oltre a far mulinare quelle improprie armi azzurre. Mercoledì sera ero a Marina Centro con la mia ex, Giulia. Venivamo da San Giuliano e, col traghetto, siamo andati alla Destra del Porto, nel barettino delle pizze, colorato di verde speranza, come tutto qui del resto, con tutte le luci che sberluccicavano. Ci siamo seduti con una coca fra noi e la beviamo avidamente. Si avvicina un extracomunitario con le rose. “Where are you from” dico un po’ seccato, prima di lanciargli sul viso un “no” tondo. “Ta...”. Forse voleva dire tara tatta tà, ma, appena ho intuito fosse Tamil, mi sono messo a singhiozzare. E non smettevo più. La nevrosi si è alfine placata, la mia ex sembra Psiche di Apuleio. E le rose? Le ho comprate tutte, bagnate di sudore e pianto. Ti regalerò una rosa, Giulia, rossa come il sangue e verde come la speranza.