mercoledì 13 marzo 2013

Il "Criminale onesto" John Malkovich in "Educazione siberiana", per la regia di Gabriele Salvatores.



“Criminali onesti”, questo è l’ossimoro che caratterizza il film “Educazione siberiana” di Gabriele Salvatores.
Durante il periodo dittatoriale di Stalin, una pagina nera della storia moderna, abitanti di Regioni russe furono deportati in diversi Stati. Uno di questi è la Transnistria, oggi Moldova, in cui furono abbandonate intere comunità di popoli russi, in particolare gli Urka Siberiani, i più poveri ma anche i più pericolosi. Nel ghetto nella Russia del sud vissero, a metà degli anni ottanta, quindi prima della distruzione del Muro, Kolima e Gagarin, due amici di un gruppo di quattro, che seguendo “l’educazione” impartita loro dal nonno di Kolima Kuzja (John Malkovich accattivante e imponente) cercano di vivere la loro vita, pur privi del padre e della natia Patria.
I siberiani hanno regole ferree: niente consumo e spaccio di droga, no omosessualità in carcere, niente soldi tenuti in casa e sporchi, uccidere al limite solo gli sbirri, azioni di giustizia eccetera. Kolima, educato dal nonno, e Gagarin, un ragazzino ribelle, crescono tra scippi e desolazione. Vivono la bella età solo in una giostra tra la neve, abbagliata dal sole, in cui si ascolta musica dell’Ovest, di Bowie e risate di ragazzi.
Un brutto giorno il quartetto viene scisso dalla deportazione di Gagarin in carcere, preso in castagna durante una rapina, sette lunghi anni che cambiano il modo di pensare del giovane biondino, che assomiglia a Cristo. Riunitisi quando non sono più bambini e dopo la caduta del Muro, s’intuisce che Gagarin non è più lo stesso. Non sottostà alle regole, è egoista e non pensa agli altri, vuole soldi facili, è senza patria e senza Dio.
A un certo punto s’inserisce nel quartetto una ragazza disturbata, Xenya, che attira Kolima per le sue stravaganze e il suo candore ed è definita dal ragazzo una creatura voluta da Dio, derisa prima e poi amata anche dagli altri ragazzi.
Il nonno Kuzja ha nella soffitta una moltitudine di colombe bianche, e ogni tanto fa volare via la femmina, seguita dal maschio. Uno spettacolo unico della natura. Le colombe sono i siberiani che possono finalmente volare sciolti, oltre il dispotismo del sanguinario Stalin, verso la libertà.
Xenya un giorno tenterà anch’essa di volare, ma fu presa al volo dall’invaghito Kolima.
Il nonno Kuzja è tatuato in ogni parte del corpo, così come gli altri siberiani anziani, e il tatuaggio non è consumistico o sexy come oggi la farfalla di Belen, ma attraverso la perizia del tatuatore, il tatuaggio “narra” la tua vita. Kolima scoprirà l’arte del tattoo, che attuerà in carcere.
Un brutto giorno la piccola comunità di Fiume rosso è messa in pericolo dallo straripamento del fiume. Kuzja impartisce ai quattro ragazzi il consiglio di aiutare la popolazione, ma Gagarin, intollerante, volle approfittare per rimediare gli oggetti che il fiume porta con sé per ricavare denaro nella rivendita. Trovarono anche un pianoforte ma per lo sforzo e l’acqua alta, il più piccolo dei quattro morì. Lì finì l’adolescenza dei quattro ragazzi, mentre, in una scena struggente, Xenya suona il pianoforte, completamente bagnato e adagiato in un albero fradicio nel mezzo del fiume, con una perizia infinita. Note dolci d’epilogo di giovinezza.
La picca, un coltello particolare che Kuzja diede a Kolima, diviene protagonista della caccia che il giovane “educato” muove alla ricerca dell’indisciplinato Gagarin, sangue contro sangue, che si definisce ormai un criminale che non crede più a niente, tra l’altro colpevole di un atto efferato che non appartiene all’Educazione siberiana, per questo punibile con la morte. Kolima trascorre anni, con pazienza, per portare a termine il “proprio” compito.
Nel film c’è una citazione a Zanna bianca, opera di Jack London, e la narra Malkovich ai ragazzi orfani di padre: un lupo non volle sottostare alla legge del capobranco e si avvicinò all’uomo. Quando, anni dopo, lo stesso uomo sparò al capobranco, il lupo lo riconobbe. L’animale morente disse al lupo reietto che ora non era più né un lupo né un uomo, ma un servo. Aveva perso la sua identità e dignità, come Gagarin, ormai attratto dai soldi, dalla coca e dalle donne del Seme nero, razza odiata dai puri siberiani.
Kuzya un giorno libera tutte le colombe perché decide di tornare in Siberia, la terra della pace, a morire.
Tra citazioni bibliografiche e ossessioni registiche salvifiche, Educazione siberiana è tratto dal primo romanzo dello scrittore russo Nicolai Lilin, pubblicato nel 2009 e la caccia a Gagarin di Kolima, implacabile ed ostinata, è simile a quella che il folle capitano Achab (dal libro di Melville) muove verso Moby Dick, il film si dipana in modo epico e ricorda da vicino pellicole descrittrici di gioventù e amicizie malate, rose dal tempo, come C’era una volta in America di Sergio Leone, Mistyc River di Clint Eastwood e lo spietato The Sleepers, per la regia di Barry Levinson, con Brad Pitt e un crudele Kevin Bacon.
Salvatores punta alto, dove la narrazione italiana non può arrivare. L’italica patria non offre ora spunti degni di nota alla settima arte, e i registi già affermati sono cervelli in fuga verso nuove terre e storie. Anche gli attori sono stati scelti tra giovani russi, “tenuti a guinzaglio” benevolmente dall’incommensurabile e fascinoso John Malkovich.
Salvatores ha fatto centro ancora una volta con Educazione siberiana.