domenica 24 marzo 2013

Captatio Benevolentiae



“Caro Pietro, guarda questa chiesa, non è vero che quando si spengono le luci della ribalta nessuno ti considera più, ci sono tante persone che ti vogliono bene, hanno vissuto questi talenti che il signore ti ha concesso e che tu hai saputo far crescere per diventare un mito, un campione stimato a livello mondiale...”
Così Padre Antonio Truda, nell’omelia per il campione Mennea nella Basilica di Santa Sabina.
Il mito rimane, sempre, anche dopo la morte. O durante la vecchiaia, l’usura del tempo.
Io sognavo e sogno i Rolling Stones, ma ora anche i Beatles, Lennon mi parla in italiano... ed ero piccolissimo quando sfidavano Dio.
I miti non hanno bisogno di sfoderare la captatio benevolentiae, rimanendo simili a se stessi per piacere. No. Osano, comunque, e sono idolatrati ugualmente.
Io, e gli altri, dobbiamo invece rimanere sempre statici, guai a cambiare. Se muti un po’ il percorso le persone rimangono allibite; prima chiamano sua maestà il Dubbio, poi il Maestro che ti fa chinare la testa e infine lo Psichiatra. In questo mondo, di questi tempi è meglio rimanere sempre uguali, simili a se stessi, è più salutare, più remunerativo. Se solo cambi un po’ la strada, non sei più Uno di Loro, sei un malato, un depresso, una testa calda da punire.
Qui non è ammessa l’arroganza di Agassi, non puoi andare fuori binario, prima devi fidelizzare l’Altro, accarezzare la captatio, simulare bene. Solo dopo puoi andare a sfidare le Muse, cambiare rotta, svoltare.
Essere Mito oggi è impossibile, ti squadrano male, da esseri invidiosi. Puoi solo contare su te stesso e battere l’Avversario, come faceva Pietro, in pista. O nei circuiti di Formula Uno, come Alonso, o, come faceva Alberto Tomba, nelle piste di sci. Solo così puoi vincere soprattutto nella vita. Ma anche oltre.