domenica 28 ottobre 2012

La meglio gioventù, i diari del folle misantropo.



Sabato mattina di ottobre, c’è ancora un po’ di sole e caldo. Decisi di recarmi a Torre Pedrera, al solito bar. Dove delle volte non pago neanche, mi dimentico. Sto fermo lì nei pressi della cassa, le due bariste sono talmente giovani e carine che mi scordo di tutto. Anche del perché sono venuto fino qui, dato che la dietista mi ha vietato l’unico mio sfizio, il caffè. Passeggiai da solo nella spiaggia verso la magna Viserba, scavalcando Viserbella, patria dell’unica pista ciclabile della zona. Non sono felice ma almeno faccio movimento, mi dissi, e vedo il mare pulito che emette un gridolino a contatto con gli scogli.
Al pomeriggio il cielo minacciava velatamente pioggia, ma uscii in bici con gli occhiali da sole. Arrivato a Riccione, nella pedalabile più bella della Romagna, scorsi Davide, l’intellettuale capelluto, con suo figlio Sami. Tutti e due in bici. Lui vestito con i soliti colori tenui, il figlio indossava una maglia giallorossa, tant’è che pensai fosse tifoso di Totti. “Oh, ciao, sono andato con Sami al Marano a vedere le oche”. “Capperi, l’Anticristo”, rimuginai. Io smisi la vita di bambino quando mio padre non mi accompagnò più agli aeroplanini del luna park e lui a 30 anni porta il sangue suo a divertirsi, l’unica persona che può plasmare e difendere, sollevare e guidare. Proteggere. Cavolo Davide, non puoi farmi questo. Che delusione la normalità (sarà forse invidia?).
E mentre pedalavo ardimentoso verso Cattolica, quando il cielo nero formò una cappa di infelicità nei miei occhi, tutto buio, mi venne l’idea luminosa per sconfiggere l’ex Preside e, perché no, suo figlio: guardare il film “La meglio gioventù”. Un happening di Marco Tullio Giordana, un film che dura sette ore e narra le vicende di membri di una famiglia in quasi 40 anni di storia italiana. Ho iniziato a guardarlo alle 19 e ho finito alle tre di notte. Un capolavoro di rivincita verso Davide, una saga che si dipana maestosa, per una fauna attoriale da paura, uno sfoggio di bravura intenso, che a volte assomiglia al canto dell’oca mentre muore. Adriana (Adriana Asti) ha perso il figlio Matteo (Alessio Boni) suicida, e c’è una scena che non dimenticherò mai. Lei è una professoressa, esercita fino a tarda età, ama i libri (come me e Davide) e i suoi alunni. Quando muore Matteo, il secondo dei suoi quattro figli, impazzisce di dolore ed esce di senno. Dapprima vuole i libri preziosi del figlio, ma sembra perduta. Poi, in una scena straziante, li getta via, li strapazza, ha il viso contratto, è disperata, piange, i figli Nicola e Francesca la reggono, lei getta via le cose più importanti della esistenza, cioè i libri e forse la vita. La scena, agghiacciante, sembra uno slow motion, non finisce mai. Ti tortura, e scandisce l’una nella mia sala, dove troneggiano la Tv e la compagna al mio fianco.
Il cast femminile (Adriana Asti, Sonia Bergamasco, Maya Sansa e Jasmine Trinca) che si è aggiudicato per intero il Nastro d’Argento come migliori attrici protagoniste femminili, fa invidia a tutte le pellicole di oggi.
Sonia Bergamasco recita nei panni della donna di Nicola (un Lo Cascio ispirato), incarna un “angelo del fango” dell’alluvione di Firenze diventata in seguito terrorista. Una parte di platino.
Maya Sansa è la donna di Matteo per una notte, porta in grembo il figlio del Poliziotto, un Boni qui in una parte fantastica di un borderline di personalità. Sempre agitato, si suiciderà gettandosi da un balcone a Capodanno. Sorride maestosamente Maya, sempre, e finirà a fare compagnia a Nicola, il predestinato, fratello di Matteo, negli ultimi anni della sua vita. Sorriderà ancora per Nicola, ormai canuto ma con lo spirito giovane. Infatti siamo nel 2000.
Jasmine Trinca, dotata di una bellezza sfolgorante, fa la parte di una matta, recuperata dallo psichiatra Nicola. Fu lei a cambiare la vita ai due fratelli, interrompendo un viaggio da sempre sognato. Da notare che tutte le donne hanno a che fare con l’arte: Fotografia, Piano, Insegnamento, Pazzia (che in fondo è l’arte dell’insensato vivere).
Ho superato me stesso e Davide. “Va con le tue oche, io ho negli occhi il viso di nevrotica della bionda, mora, bianca Sonia Bergamasco, che mai più scorderò”.