lunedì 13 febbraio 2012

TAZIO NUVOLARI IL MANTOVANO VOLANTE



“Nuvolari è il più grande corridore del passato, del presente e del futuro”. Ferdinand Porsche.
Nasce vicino a Mantova, pilota prima di moto e poi di auto, insieme a Fausto Coppi uno dei miti sportivi dell’Italia del ‘900.
“Nivola” ebbe successo anche in moto, poi cambiò specialità e passò alle quattro ruote. Un po’ folle quanto coraggioso e bravo, strappò applausi a tutta la generazione del ventennio. Le sue condizioni di corsa non erano mai normali. Corse dopo incidenti catastrofici, usò la furbizia dell’italiano medio per fare cose mirabolanti. Una volta percorse tanti chilometri senza il volante ma solo con il moncone dello sterzo, come il cittadino comune che si destreggiava in un’epoca cupa per il bel Paese.
La leggenda narra che in una delle sue corse, fasciato e appena uscito dall’ospedale, rotto in molte parti del corpo, si fece legare al volante e guidò tutta la corsa in quelle condizioni. Magro, un fascio di muscoli, gli occhi biechi e sorridenti, divenne l’emblema dell’Italia vincente del primo Dopoguerra. Con l’Alfa della Scuderia Ferrari, portò scompiglio tra gli altri corridori che si dovettero inchinare al suo stile da militare italiano, quello per intenderci che con in mano la sola baionetta faceva tremare il nemico. Mitica una sua corsa (partecipò a molte Targa Florio e Mille Miglia) in cui, tra case umide e il respiro serale degli uomini, spense i fari dell’Alfa rossa e superò, dopo tanti chilometri al buio, i suoi malcapitati colleghi. Era celebre per la sua sbandata controllata. Le curve le affrontava con un secco colpo di sterzo, le ruote slittavano, lui controsterzava e dava gas. Fu il leggendario Enzo Ferrari che si accorse di ciò, infatti il Drake, tra le altre cose, fu anche copilota di Tazio. Ferrari affermò che lo stile di guida era studiato e messo in pratica a proposito da Nivola e che il mantovano volante ne fu lo stesso inventore. Alla gente bastava vedere sfrecciare il pilota famoso anche per le sue doti umane, si fermava contenta a contemplare colui che aiutava gli altri in panne con l’auto, si infiammava per il suo coraggio leonino e dimenticava per un po’ l’imminente entrata dell’Italia in una guerra devastante, che fermò anche il pilota per cinque lunghi anni intrisi di follia. Morì al contrario di come visse, non rabbioso tra la folla festante, Gastone Brilli-Peri e Alberto Ascari, ma solo, con le luci spente, proprio come durante le Mille Miglia, quando, tra città fumose, case cadenti e il vociare stupefatto degli uomini che dovevano andare in guerra, guatava la strada al buio, con i suoi occhi ridenti di ghiaccio.