domenica 26 febbraio 2012

Nei giorni della memoria, Holocaust Memorial Days, La chiave di Sarah

Nei giorni della memoria, Holocaust Memorial Days, La chiave di Sarah Il soldato francese che calpesta le mani dei deportati, cattivo non per indole ma per necessità, si impietosisce della ingenuità furba di Sarah e la lascia passare sotto il filo spinato del campo di concentramento, che dà direttamente ai campi di grano assolati, a testimonianza del solito caldo di luglio di un insolito anno, il 1942, il tempo della Shoah. Sarah ha nascosto, prima di un rastrellamento, il fratellino nel grande armadio della casa modesta, a Parigi, con un ordine, quello di non uscire da lì e aspettarla. È qui lo snodo del film, il grande mobile è in realtà la vita che ti può nascondere per un attimo, ma poi devi fare i conti con una drammatica realtà. Nel Vélodrome d'Hiver, anticamera del lager, sono stati pigiati 13mila francesi ebrei che orinano, vomitano nel posto maledetto, alla lunga una grande gabbia per i polli, un pisciatoio immorale. Portano la stella di David appiccicata in tutti gli abiti, tatuata nell’anima e sanno che fine toccherà loro. I genitori di Sarah saranno condotti ai campi di concentramento di Auschwitz e periranno senza i loro bambini e senza speranza. Sarah, con la febbrile ossessione di salvare il fratello, attraversa i campi di grano assieme ad un’altra bambina, trascinata a forza. Arrivano in una casa di francesi, stremate, chiedono ausilio e acqua ma nessuno vuole i figli della colpa, i piccoli ebrei. Le bambine dormono in una afosa serata di luglio con un cane in un giaciglio provvisorio. La coppia di francesi, che dapprima si rifiutano di aiutare le bambine, davanti alla morte della piccola innocente compagna di fuga, dilaniata dalla difterite, decidono di nascondere Sarah nella propria dimora. Accompagnata dall’anziana coppia Sarah riesce a ritornare a Parigi per porre rimedio alla sua ossessione, liberare il fratellino chiuso da giorni nell’armadio, con la chiave che Sarah ha custodito con tanto amore. Ma è troppo tardi, non è riuscita a salvarlo, e questo non riesce proprio a perdonarselo. Sarah si porterà dentro un dolore infinito e resterà segnata per sempre. La storia di Sarah e della sua famiglia, per mezzo di un indovinato flash back, si intreccia nel presente alla vicenda di Julia Jarmond, una giornalista americana, che rovistando in quei lontani avvenimenti, comincia a sospettare che l’appartamento in cui andrà ad abitare, acquistato dai genitori di suo suocero durante la guerra, fosse appartenuto ad una famiglia di ebrei deportati nel periodo della follia. Approfondirà la sua inchiesta scoprendo di essere coinvolta suo malgrado da vicino, nella tragedia di Sarah e si pone alle calcagna della fanciulla ebrea fino ad arrivare alla verità. Mezzo secolo prima Sarah divenuta una splendida ragazza, a causa del dolore che si porta dentro decide di lasciare la coppia che l’ha salvata dai nazisti e dai soldati francesi, ed emigra negli States. Parla raramente, si sente in colpa, conosce un uomo locale, fa un figlio con lui e drammaticamente si indirizza verso il suo destino. Non c’è più il fratello, non ci sono le figure familiari dei genitori, e il camion che corre nella corsia opposta è colorato di blu, come gli occhi del fratellino. Julia Jarmond dice al marito che aspetta il secondo figlio, ma delusa da lui che non lo vuole, fugge e si rifugia negli States, la sua patria, anche se il richiamo della ammaliante Parigi rimane sempre una sirena maliziosa. Cosa ha combinato Sarah in America? Julia partorirà il figlio della speranza? Il film, ispirato all’omonimo bestseller di Tatiana De Rosnay, parte in quarta e il telo del Settebello, specializzato in queste affascinanti pellicole, dipana immagini veloci. Rastrellamenti, percosse, bambini separati dalle madri, dal Vélodrome inizia il delirio umano, la rassegnata follia che accompagna tutti i personaggi, siano essi nazisti o ebrei. Il film del giorno della memoria che anticipa il giorno del ricordo (le foibe istriane), è una catartica espiazione ed una fotografia antinegazionista massiva, squartante. Il regista Gilles Paquet-Brenner lacera benevolmente, con immagini che un einaudiano convinto chiamerebbe poco oggettive, gli occhi dei cinefili (quasi tutte belle, le molte donne del giovedì del Settebello piangevano) e ha il merito di aver ricordato un’altra pagina nera dell’Olocausto, l’eccidio “sangue di sangue” di 13mila ebrei deportati, dopo inutili speranze e tanta sofferenza, nei vari campi di concentramento. Sarah porterà per sempre nella manina bianca la chiave dell’armadio dov’era rinchiuso il fratello.