martedì 23 agosto 2011

Un velato complesso di Elettra nel capolavoro il Cigno nero

Il confine tra il bene e il male è sottile come quello tra Gabicce e Cattolica, tra Marche e Romagna.

Il rapporto madre–figlia è una delle relazioni più complesse e rimarrà centrale durante tutta la vita per entrambe le donne, poiché prima che una donna diventi grande è figlia di sua madre.

Nonostante gli inevitabili cambiamenti, esempio la figlia che a sua volta diventa madre e la madre che invecchia, gli aspetti emotivi di questo rapporto rimangono costanti nel tempo.

È questo lo snodo centrale del film Il cigno nero, diretto da Darren Aronofsky, già regista di The Wrestler, Leone d’oro della 65esima edizione del Festival di Venezia, reso indimenticabile dalla prova straordinaria di Mickey Rourke.

Nel nuovo capolavoro del regista russo-israelita, Natalie Portman (Premio Oscar per la migliore attrice) è preda di un buio delirio, infatti il complesso di Elettra la schiaccia e comincia la sua vita dove la madre ha terminato. La trama si incentra tutta sul rapporto conflittuale fra le due donne, che si bramano e nello stesso tempo si respingono. “La Madre” non vuole che sua figlia cresca e, in ottemperanza a una malattia che la pervade, odia sua figlia perché ottiene successo e soprattutto perché la nascita de “La Figlia” è convinta che l’abbia privata di una carriera luminosa. L’atmosfera del film è malata, allucinata. Nina si barcamena tra la professione e la monotona vita di ogni giorno, accudita dalla signora nera che simboleggia la morte (la efficace attrice Barbara Hershey). Aronofsky mette in scena un’acuta allegoria psicanalitica: per crescere bisogna uccidere metaforicamente la madre e la bambina che è in noi. Nina è anoressica, si graffia nella schiena, è in preda ad allucinazioni, non ha mai conosciuto veramente un uomo, e “La Madre” è la vera causa dell’inferno che le si scatena nella mente. Ho volutamente tralasciato che Nina fosse una ballerina (indovinato pretesto psicologico del regista) poteva essere una tennista piuttosto che una nuotatrice. La vediamo alle prese con il coreografo (Vincent Cassel) che non è convinto che Nina abbia la perfidia giusta per interpretare il cigno nero. Sì, è perfetta per la parte del cigno bianco, la virginale creatura innocente, ma la storia del balletto impone che il cigno nero debba uccidere il proprio alter ego. Cassel rappresenta il sesso, il proibito, ma anche l’appiglio e l’opportunità per la fragile tersicore di entrare di diritto nel dorato mondo del successo e fare contenta se stessa e convincere la frustrata genitrice delle proprie capacità. “Il coreografo” (il padre che non ha mai avuto che alimenta il complesso di Elettra e la mette in competizione con “La Madre”) cerca di circuirla, la seduce, la bacia sulla bocca ma qui Nina si ribella e gli morde il labbro. Cassel si compiace, in fondo è questo che voleva, far emergere l’aggressività della protagonista e la sua parte oscura. Il posto sarà suo. Dopotutto il coreografo ha sminuito l’ex star della compagnia teatrale, (un’irriconoscibile e sexy Winona Ryder) e l’ha declassata in un ruolo secondario e vuole solo Nina come protagonista, lasciando la vecchia ballerina alle prese con un delirio fisico e psichico.

Nina intrattiene un rapporto di larvata amicizia con Lily, una rivale nel cast della rappresentazione, che tenta di istradarla nel “perverso” labirinto newyorchese, disseminato di discoteche, cocktail, cocaina, pastiglie e uomini che ti desiderano per una sola notte. Ma non è questo il vero mondo di Nina, “La Morte” ha deciso che lei debba interpretare nel “Lago dei cigni” di Chajkovsky, sia Odette, l’ingenua figura bianca, sia Odile, il nero del mondo. Nina si ribella alla sua malattia, all’infanzia e all’adolescenza protratta ma, come sempre succede, nel tragitto ci deve essere un pizzico di buona sorte e persone fidate. “La Madre” ha riempito la stanza della “Figlia” con vari peluche, pupazzetti di coniglietti, e dipinge, nelle sere solitarie, nere, melanconiche ed ebbre di passato, il volto di Nina. Tanti quadri, ma il soggetto è sempre lo stesso. E il ritmo del carillon risuona nella stanza dell’eterna bambina.

Nina fa l’amore con Lily, o almeno le sembra, tra i postumi di alcol di una notte trasgressiva e per ciò arriva tardi la mattina seguente per la Prima, complice “La Madre” che volutamente non la sveglia. Nina è furiosa, aggredisce la madre, muta la sua camera gettando tra i rifiuti i coniglietti e il suo trascorso, entra nel teatro della compagnia e vede Lily che le ha sottratto la parte.

Il finale è altamente drammatico e horror e ricalca The Wrestler. Nina, che crede di avere ucciso la madre e con delle schegge di vetro Lily, la rivale, diventa aggressiva e sfregia il suo passato, lo abiura, lo sopprime. Tra maschere nere colorate di morte e “Il Coreografo” che la spinge nel vortice della vita (“L’unico vero ostacolo al tuo successo sei tu. Liberati da te stessa.") l’allucinata Nina nell’ultima scena si uccide e si nega la possibilità che hanno tutti di vivere serenamente il proprio destino. “Te l’avevo detto che sarei stata perfetta e ci sono riuscita”, sibila la Portman, e fa felice così “La Madre” (che in realtà è viva come Lily) che assiste in platea al primo e unico successo dell’adorata ma odiata erede. Gabicce e Cattolica, i due doppi dove ho visto il film, si dipanano splendide tra un trionfo di luci e un mare domestico e cool. Il confine tra Marche e Romagna è impalpabile, alla stessa stregua tra la sanità mentale e la pazzia.