domenica 7 agosto 2011

Habemus papam, recensione ariosa dell'ultimo film di Nanni Moretti

Possediamo due registi veramente importanti nello Stivale, Nanni Moretti e Roberto Benigni. Diversi fra loro. Benigni ammicca al pubblico smaccatamente, Moretti guarda solo se stesso, le sue ombre. È un po’, faccio un esempio, quando tu ami la vita, ti senti pieno, ma ricevi un torto improvviso. Benigni lì smette, finisce perché si è intaccato il suo entusiasmo vaudevilliano e filo marxista. Il felliniano Moretti continua, perché si sentirebbe ancora unico, benché perso. “Habemus Papam”, l’ultimo del regista altoatesino, è un film che qualcuno non ha recepito. Narra dell’elezione a Papa di un anziano Cardinale, Melville, interpretato dal celebre attore italo francese Michel Piccoli, che nel momento della proclamazione scoppia, entra in una crisi lanciante e rifiuta il compito. Il Segretario del pontefice non ci sta a questo diniego e, suo malgrado, chiama il più famoso psicanalista italiano, incarnato da Moretti, per guarirlo. Moretti, dapprima scettico, scopre un mondo di persone “normali”, corrose dalla depressione - qualche Cardinale del Conclave assume gocce per dormire, antidepressivi - che rimangono dentro la Basilica di San Pietro affinché si compia l’investitura.

Lo psicanalista aveva una moglie (Margherita Buy) che lo ha lasciato perché più bravo di lei, psicanalista anch’essa. Il complesso del migliore.

A un certo punto il futuro Papa, oppresso dal macigno della vita, passata, presente e futura, scappa dalle grinfie del Segretario e dei suoi uomini e percorre un cammino “finalmente umano” composto di bus seguiti fino al capolinea, bar di terz’ordine, ragazze normali e gentili, e le sedute dalla Buy che intravede in lui un uomo comune, affetto da deficit di accudimento.

E da qui che la trama si dipana forte. Il darwinismo dell’uomo, simbolizzato da Moretti, si contrappone alla fede in qualcosa di troppo lontano.

Lo psicodramma collettivo che affascina il futuro Papa, si accende nel corridoio di un albergo romano, dove un fascinoso e maturo attore, atteso dall’ambulanza perché all’apparenza malato, si fa ammaliare dalle spire dolci della libertà recitativa. Qui Moretti accenna all’Enrico IV e a Il berretto a sonagli, opere controverse e inquietanti di Luigi Pirandello, sicuramente anche all’Accademia della Follia fondata e diretta da Claudio Misculin: l’individuo è solitario, folle, senza speranza. Se lo conosci da vicino scopri che non è mai normale.

Lo psicanalista, intrappolato nella Basilica, svecchia l’ambiente, insinua uno sconosciuto e nuovo brivido ai Cardinali e li fa giocare a pallavolo. I porporati, dapprima restii, si lasciano trascinare dal gioco e ridiventano bambini, scoprono lo sport di squadra e lo stare insieme. La scena acme del film è rappresentata dalla solitudine di Moretti mentre vede che gli anziani Cardinali lasciano le partite spensierate e ritornano al lavoro, richiamati dal Segretario che rappresenta il “Dovere”. “Fermatevi, abbiamo quasi finito, tornate indietro.” Il dramma di Moretti, segnato forse anche lui dal deficit di accudimento, l’abbandono che si fa strada nei bambini quando la madre assiste di solito il fratellino più piccolo, si espleta tutto qui. Vorrebbe ritornare all’infanzia, regredire, ma non può più.

Il Papa intanto percorre con scarso entusiasmo la sua fuga, e scopre cose nuove. Dentro è minato dal male che abbiamo tutti noi e che Moretti espande nelle pieghe del capolavoro: la responsabilità. Ognuno dovrebbe essere lasciato libero di giocare, di non pensare, anche da adulto. Il potere sembra corrodere l’animo umano e dapprima l’alienazione, poi la liberazione è scandita dalla piecé teatrale, dove ognuno recita per sé e per salvarsi: l’uomo è teatro, luogo dove la rappresentazione è terapeutica, “guarisce”.

Piccoli continua a ripetere a quei pochi che lo ascoltano, di essere stato un ex, modesto teatrante, e rincorre il sogno, drammatico perché tardivo, di diventare attore. Ma ora le parole degli altri uomini, benché affascinanti, si affastellano nella sua testa, che sta per esplodere. È allora che ritorna sui suoi passi. Non gli resta che ammettere di non essere stato nelle sale magnifiche ma troppo grandi e agorafobiche del Vaticano per tre lunghi giorni. Infatti il futuro Papa, nella sua assenza, è stato sostituito da un’obesa guardia svizzera, che muoveva le tende della stanza papale e faceva intravedere la sua ombra per convincere i Cardinali di essere sì in crisi, ma vicino a loro. A volte basta la presenza di una persona per salvarti dal vuoto esistenziale.

La scena finale è prevista: Michel Piccoli e il Papa, ormai personaggi fusi, forse al loro ultimo film, alla finale e tragica recita, fanno un passo indietro e rinunciano ai loro compiti. Il Papa abiura il macigno che gli pesa nelle spalle e nella psiche e passerà, forse, a una vita normale che, come semina Moretti a piene mani, normale non sarà mai.