mercoledì 20 luglio 2011

Up patriots to arms - Battiato

Franco Battiato, portatore sano dell’intellettuale genia siciliana.

Eravamo tutti per il menestrello Branduardi, ciellini, comunisti, di destra. Le sue musiche accattivanti ti entravano in testa con un misto di deja vu e ballate lancinanti. Gli anni erano quelli caldi della fine Settanta. Non importava chi tu fossi, dovevi soltanto apparire tra le barricate calde e il piombo freddo che squarciava l’aria. Angelo Branduardi era un profumo nuovo, tra gli zaffiri della disco music e le vecchie band americane. Le sue musiche, carpite dal background scozzese e inglese, incantavano più generazioni. Guai a schierarti contro il musicista nato per caso a Milano ma genovese di adozione. Eppure la sua spocchia, i modi sdolcinati, ti lasciavano in bocca quel sapore che senti negli uffici prima che il condizionatore spazzi per sempre l’odore acre di sudore e l’afrore dolce di corpi zuccherosi d’estate.

Poi venne lui, Franco Battiato, o meglio il suo soprabito. Naso adunco, capelli maestosi da musicista inglese, aria persa. Quando lo vidi in Tv la prima volta rimasi subito colpito. -Gente così, dissi, o fa la pornostar, se donna, o si perde per le strade del mondo, magari nel ciglio dubbioso e terribile del Mississippi, il fiume che segna la fine dei drogati e dei figli di. L’era del cinghiale bianco, sarebbe bastato solamente questo pezzo a marcare per sempre la fine dell’epopea Branduardiana. Ma lo capivo solo io. –Apri quell’impermeabile che traccia il confine tra i falliti e gli immortali, fallo per me, ti prego. Niente, un suono confuso tra gli altri estivi, un violino, maestoso di Giusto Pio, che solcava la battigia domestica e veleggiava nel deserto sufi, tra i dervisci che ballavano una song di Donna Summer, contaminati tra il freddo tepore della notte sahariana e il trucco osceno di nere americanizzate. Consumai l’ellepi, mi ricordavo sempre di quell’omino marziano che a quasi 40 anni sfidava il grande pubblico. –Dov’eri stato Franco, per tutti questi anni? Io lo sapevo, in realtà: scoprì i suoi dischi sperimentali, difficili, malati. La Sicilia, la sua terra, non lascia scampo e impronte per uno che non ce la fa. Scarabocchiare per sempre i fogli con la biro in un manicomio per scappare dalla lunga mano della malavita, o suonare, suonare. L’anno dopo, uscì Up patriots to arms, più propenso ad accarezzare le gote della vasta platea. Ottenne un discreto successo, l’impermeabile scomparve e venne alla luce un John Travolta New Wave, e già dico tutto, con i movimenti corporei sinuosi e guizzanti, simili al sentore di un gruppo britannico, all’epoca appena esploso, i Tears for fears di Roland Orzabal e Curt Smith, celebri per la psichedelica Shout. Battiato abiurò gli oscuri anni della ricerca e strizzò l’occhio al movimento post punk più arioso, aggiotaggiato da uno fin’allora sconosciuto intellettuale inglese, Malcolm McLaren, che con i suoi Sex Pistols mise a ferro e a fuoco lo stanco parodiare post Beatlesiano. Battiato, nel disco successivo, l’immenso La voce del padrone, ammise di essere stato bagnato dal sound nuovo proveniente dalla solida Albione. Patriots, il disco che aprì gli anni Ottanta, sversò una ventata di aria frizzantina nella stanca patria, e ruppe gli argini arcigni di un’isola, la Sicilia, fino ad allora conosciuta per la mafia e il mare ammaliante. I miei compagni di scuola ancora non annusarono il cambiamento, e questo fatto incusse in me un fremito ignoto. –Ascoltate ancora Branduardi, poveri illusi, tra poco verrete spazzati via con tutto il vecchio che arretrerà. Ora, dopo tanti dischi e moltissime tournèe, il più prolifico degli chansonnier italiani (l’etichetta cantautore per uno come lui non si adegua), dopo una pausa corposa e un Sanremo vissuto a fianco di Madonia, ex leader dei Denovo, sbarca nelle città italiane con una nuova serie di concerti che prende il nome dal disco che lo ha lanciato. Up patriots to arms. La voce ormai è un po’ fioca, ma vale la pena osservare l’innata simpatia e il genio di colui che depennò Branduardi dai cuori dei ragazzi di allora. Una mia ex compagna di scuola, che ora fa la spola tra Tenerife e Rimini, ha beccato a 40 anni 110 e lode al Dams di Bologna per una tesi sull’estroso cantante di Jonia, oggi Riposto. E pensare che voleva a tutti i costi che la baciassi ascoltando Alla fiera dell’est nelle magiche notti estive riminesi.