mercoledì 18 maggio 2011

RIstoranti della Barafonda (Quartiere marino di Rimini)

Ultimo pranzo e ultima cena, voglio lasciarla con il sole leggero di fine aprile e con il maestrale della Darsena.

È lì, davanti a me, un po’ triste ma ancora ironica. Mi sforna frasi impreviste durante il pranzo soleggiato: “Chi non ha non è”, disse Franco Basaglia, mica Pinco Pallo. Fotografia della mia situazione, non sono ancora matto in quanto ancora ho. Il ristorante è meraviglioso, anche se fuori il sole ti cuoce. Ricordo che la proprietaria, una maestosa mora sulla “cinquantina ma portati bene”, mi rispose: “Sì d’accordo, avete prenotato ma non diamo possibilità di scelta”. Mi viene in mente una scena fetish ma la scaccio subito dalla testa. Purtroppo o per fortuna, il potere delle donne è nel seno, non ci piove, e questa ce l’ha bello ampio.

Il sole alimenta disagi. Che danno perpetrano i professori ai danni degli alunni. Il mio prof di scienze, motociclista cinico, dopo che gli ho sciorinato un’interrogazione perfetta, disse all’intera aula magna in tono sprezzante e con dei moscerini in mezzo ai denti: “Bisogna che ti metti la sveglia al collo, ragazzo; e non darti troppe arie, scommetto che da grande infilerai perline”. Detto ma non fatto; sono un ottimo professionista, m’impegno in ogni commissione, anche se la frase dissennata ogni tanto dagli anfratti della memoria torna su.

Un pranzo meraviglioso, d’addio ma luculliano. Primi piatti pazzeschi, cameriere sveglie e simpatiche, 50 euro spesi bene per essere di domenica. Delle tagliatelle al ragout di astice sento ancora il profumo.

Ultima cena, sempre di domenica: barafonda. Ristorante più lussuoso ma clientela simile. Riproduzioni di Botero alle pareti, musica jazz soffusa che spengiamo subito. Non c’è il menù alla carta, ascolti le parole del marito della Bellucci con fare impaurito.

“Però era meglio l’altro locale della zona, qui il pesce è crudo e cattivo, mentre là era favoloso, non trovi?”, immagino dica la morettina dirimpetto.

Trovo, trovo, sono ancora giovane, anche se lasciare il tuo sorriso e i tuoi occhi acquamarina, mi costerà tanto.

Poi momento clou, ci appioppano i garagoli. Panico. Io provengo da Bergamo Alta, anche se sono riminese di adozione, lei è nativa di Gioia del Colle; ci trovano impreparati. “Ma è facile mangiarli”, irrompe il cameriere, quello che sembra il marito della Monica nostra, “Us spacca e cul e po’ se suzza!” Ostrega che schifo. “Ma voi potete provare con gli stuzzicadenti, se vi va”. Noto sarcasmo nelle sue parole, ma è l’ultima cena, ho altro per la testa.

La mia lei, oramai quasi ex, vuole un dolce, l’accontento. Un tiramisù con le fragole. Con mestizia, ho trovato le frasi da dirle, sono un paio, niente di più. Ad un certo punto le esplode il sorriso e sibila, divertita: “Qui, se le cose non ci fanno male, bisogna accendere un cero alla Madonna”. Le parole mi si spengono in gola. Le sorrido. “50 euro signori, del posto nevvero?” “Sì”, rispondo emozionato. È bella, sembra la Bellucci. E poi che voce.

“Vieni caro?” Certo che sto con te, tesoro; io tu e la barafonda, forse per sempre.