domenica 1 maggio 2011

Alberto Fortis, il furore mitico della gioventù recisa

Domodossola è una città troppo piccola per chi vuole emergere. Soprattutto per chi sa che vale. Alberto trascorre lì l’infanzia e l’adolescenza e poi va a studiare medicina e chirurgia a Genova. Gli piace di più il pianoforte e opta come meta Roma dove, per racimolare qualcosa per vivere, s’immagina la notte e le note, esercita la professione di grafico. L’artista, lascia l’Università e si lancia nel mondo della musica. Il primo disco è Alberto Fortis. Una bomba. È il ’79, dieci anni prima della cancellazione del Muro. Coadiuvato niente po’ po’ di meno che della Premiata Forneria Marconi, assi nell’epoca post melodica, esibisce un capolavoro assoluto. Musica precisa, parole ispirate, cavalca l’onda del successo senza pensare ai danni provocati, sa quel che vuole e non gli importa di niente. La persona che è conscia di avere una cosa importante per le mani è determinata, spietata, frettolosa. Alberto Fortis, l’ellepi in vinile arancio, deflagra nel panorama mutato della musica italiana. Il mondo delle sette note sta vivendo un cambio generazionale: è ormai l’epoca del dopo Battisti; il cantautore supremo è in calo, vuole fermare la sua macchina creativa. Spuntano come funghi nuovi epigoni del fuoriclasse di Poggio Bustone. Alan Sorrenti, Umberto Tozzi, Gianni Togni, Rino Gaetano e Alberto Fortis. L’epoca è il post punk, la cattiveria musicale sta terminando. L’ultimo, che non si arrende è Al Fortis, che lancia un missile spietato, un cocktail sopraffino, un’autentica perla. Un lampo assoluto, l’anno dopo il tragico agguato di Via Fani. Cinque brani dell’ellepi finiscono nelle prime posizioni della hit parade radiofonica, in quel periodo resa celebre dal mitico Lelio Luttazzi. Fortis ce l’ha con un romano, un produttore discografico glaciale, scomparso tra l’altro da poco, Vincenzo Micocci, ce l’ha con i romani, non tanto come cittadini ma Roma intesa come centro del potere; ama la leggendaria Milano che lo ha adottato dopo la parentesi nefasta di Roma. Il Duomo di notte, Nuda e senza seno, A voi romani, Milano e Vincenzo, sono canzoni fatate e ispirate, l’aggressività mite evapora in lancinante dolore, l’espressione di gioventù recisa si staglia in mutati orizzonti bui ma che lasciano intravedere squarci limpidi. Il disco è un grido di amore e morte, il massimo per un eccellente inizio. Il fulgore de La sedia di lillà è un qualcosa che lascia inebetiti per la sua poesia. Ancora oggi c’è chi piange ascoltando quel pezzo: Sono andato con i fiori, ma vedevo la sua ombra dondolare che non voleva stare nella sedia di lillà. Parole catartiche. Fortis si libera del ricordo stremato dell’amico costretto in sedia a rotelle ma si ribella suicidandosi. È la purificazione del periodo; la rabbia acquosa post-adolescenziale dell’imberbe e preziosa Disco-music di Donna Summer sublima in questa pregiata opera, densa di polemiche del poi, voluta a tutti i costi, partorita con gioia. Ne Il Duomo di notte, Fortis esprime l’amore per la sua città, frenetica e gentile, immortale e languida. Milano è osannata nelle note accompagnate dalla PFM; Di Cioccio batte sui tamburi giovani e Mussida accarezza con maestria la sua Fender. Un tributo alla giovinezza, alla malinconia, all’astio e infine all’amore. Roba rara anche di questi tempi.

Fortis ha ballato quasi una sola stagione (con la sua voce ora strumentale e poi carta vetrata) forse per questo è tanto amato e ricordato. Dopo il disco omonimo è andato calando, ma è comprensibile. L’opera s’issa nel limbo dorato delle insuperabili.

Ora è uscito un suo disco dal vivo e soprattutto la sua autobiografia Al che fine ha fatto Jude. Consiglio il libro a chi ha perso di vista la fucina dei cantautori della fine degli anni settanta e vuole essere accompagnato nel girone infernale e cannibalesco della musica leggera. Che poi, per chi ha ancora nella testa l’epopea dorata del cinquantacinquenne cantautore di Domodossola, tanto leggera non è: è rabbia repressa che si condensa in arte.