martedì 7 dicembre 2010

Suicidio




Il suicidio è un estremo atto di ribellione, di rabbia, di consapevolezza. Certo, ti vengono a mancare i presupposti per continuare; potresti ancora redimerti, guatare per un attimo il sorriso di tuo figlio mentre dorme, baciare tua moglie, correre nel cortile o pedalare su un prato per sbollire il nervoso, ma non hai improvvisamente più voglia di fare niente, con disperazione ti lasci andare. Vi sono suicidi illustri: Monicelli, Pavese che asseriva che il suicidio è un estremo atto di ambizione quando sono state appagate tutte le ambizioni. Quindi, perché continuare a restare in questo pazzo mondo? Buttati dalla finestra, prova l’ebbrezza, sparati, lasciaci. Un handicappato lieve mi scrive che ha tentato il suicidio ingerendo un’intera confezione del mitico tavor da 1 milligrammo. L’ha fatto per attirare l’attenzione dei suoi, con livore, e per essere additato a lungo. Ha sbagliato movente e indirizzo. Infatti in corsia, all’Infermi di Rimini, sono venuti tutti per ammirare il vinto, ma un suo cugino non l’ha manco riconosciuto spostando il lenzuolo bianco del letto ferroso; era lì per sbeffeggiare lo sconfitto e magari vilipenderlo. Io faccio parte della generazione della pera, che non è altro che un lieve abbandonarsi, inconscio, verso la leggendaria signora nera con la falce. L’eroina sparata nelle vene è un allontanare, invero, la morte; sfuggire dalla vita sì, ma con un artificio, e vivere bene, per un istante eterno, poi perire nei ricordi melanconici. O vivere per sempre. Perché guardate che il male assurge spontaneo in un attimo, passare dal bene al male è un gesto matematico, preciso, ineluttabile. Quando si vive invece nell’infetto, è quasi impossibile rifarsi, il marchio di Caino ormai è indelebile, tatuato sulla tua pelle. Conosco alcuni amici suicidi, se ne sono andati via senza un funerale solito, in sordina, ma avevano perduto, erano malati forse, persi, comunque accecati dalla rabbia e dal fallimento. Come ho scritto tempo fa sulle pagine di questa rubrica, Andy Warhol ci augura di vivere almeno un giorno da leoni; Bowie, il suo massimo seguace, lo canta nella famosa Heroes, “Voglio essere un eroe per un giorno appena”. Guardo anch’io la finestra della camera, come l’ha guardata il famoso attore comico Jerry Lewis per due anni. Aveva un revolver nel tavolo e l’abbaino spalancato, con i rumori del traffico in una domenica sera a New York City e il vento lieve, che ti accarezzava le gote, delicato come una mamma. Due ore siamo stati a pensare al dopo, tutti i giorni, non ne abbiamo ricavato niente, il nulla. Aspetteremo un’altra domenica, come i buoni cristiani. In verità si sceglie di vivere per riscattare quelli che ci hanno lasciato. Un abbraccio a tutti coloro che anelano alla vita ma purtroppo non ne possono accettare il peso.