giovedì 8 aprile 2010

Apologia di un fallito

Ho sempre sonno, faccio di tutto per eliminare questo inconveniente ma non ce la faccio. Integratori, caffè, addirittura sei al giorno. Sono al collasso. Ma dormo lo stesso in piedi. Il mio lavoro sta andando a rotoli. Sarei un giornalista di cronaca ma vengo pagato ad articolo e qui vien fuori il bello, il succo gustoso. Sono sempre in ritardo, spudoratamente vengo dopo gli altri, che tra l’altro scrivono meglio di me. O almeno questo è quello che penso io. Sabato scorso sono andato a vedere l’evento di Goldin, la mostra di Gauguin eccetera. Mi sono sforzato, ho ingurgitato due caffè, mi sono fatto accompagnare dalla più solerte cronista di nera, con i capelli neri e i tatuaggi sul seno, ma ho scritto il pezzo due giorni dopo, quando era già uscito sul giornale. Vincenza ieri l’altro mi ha sorpreso mentre guardavo la finestra e sotto di me, il cortile con le viole, le mimose giallo paglierino. È stato un attimo, mi sono lasciato andare. Mi sono aggrappato al davanzale, siamo al piano terra, mi ero scordato.

L’apologia di un fallito, sempre in ritardo, malpagato, addormentato, suonato, invornito come direbbero qui in Romagna. Eppure bravo, visionario. Parole importanti, ricercate, concetti un po’ folli quindi assonanti con il pensiero corrente.

Se penso che siamo in un asteroide che gira per il cosmo, con accanto delle persone che sai che prima o poi periranno, per vecchiaia o per incidente, per forza ti infili nel tunnel, ti viene la depressione. Anzi, mi meraviglio del fatto che tutti siano in forma, perfetti, tonici. Signori, date retta a un suonato come me, la vita è breve, prendetevela, bevetela tutta. Fate come vi pare. Ma rispettate le regole. E lasciatemi lavorare, vi prego, ho una donna che mi ama, arrivo in ritardo a scrivere, d’accordo, ma datemi ancora un’opportunità. Ho i miei tempi, le mie pene, leggo poesie, romanzi idioti, Dostoevskij, Fabio Volo, vado al cinema, a teatro, ogni tanto muore qualcuno ma vado avanti lo stesso, con un ardore inusitato, quasi telepilotato. In un mondo di robot ho ancora il mio grande cuore che pulsa, piango per Haiti, per L’Aquila, per i miei coetanei spazzati via alla stazione di Bologna negli anni neri, al drammatico ’78, ai buchi dell’ero in piazza Cavour. I miei occhi miopi hanno visto tutto, fatemi raccontare i miei incubi. O racconto sogni, i calciatori maestosi, le risa di mio padre, l’aria mesta di Aldo Moro, le smorfie di Falcone e Borsellino con l’aria sicura e gli sprezzanti sguardi. Un tempo ero sempre lì, in prima linea, maestoso, stolido. Ora arranco, sono in perenne ritardo, mi isso in piedi come le civette, la mia metà mi guarda mentre accarezzo il gatto bianco, mi faccio crescere la barba di quattro giorni, ho sempre gli occhiali da sole, anche di notte, come Bennato, un altro fallito ma che continua a cantare con passione.

Eppure non sapete che gusto mi dà guatare la Riviera con lo sguardo obliquo, assetato di notizie, di vita, con la penna e il taccuino sempre in borsa. I miei colleghi hanno i palmari, i PC nuovi. Io ho tutto ma non so usare niente, sono pigro, sonnolento, ci metto molto ad imparare, non sono più giovane. Ma lasciatemi lavorare, fomentate il mio sogno, sorridete sempre a chi cammina per la strada con gli occhiali lucidi, magari solo per ammirare i capelli neri tinti e il tatuaggio sul seno della mia segretaria giovane che, non so il perché, crede ancora in me. E questo, credetemi, mi basta. Nonostante tutto amo ancora il mio meraviglioso mestiere.